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GUIDO SAVIO: QUANDO NASCE IL BAMBINO?

IL BAMBINO NASCE QUANDO NASCE IL SUO PENSIERO

 

 

 

Il bambino nasce nel momento del suo primo pensare diviene “normato”, cioè funziona per capire chi gli sta a fianco, chi gli risolvere qualche problema, per capire gli affetti, per capire i disaffetti, per capire il piccolo mondo in cui vive insomma. La sua data di nascita non è l’uscita dal grembo materno ma il processo (a volte anche lungo) che lui percorre per pensare, per imparare a pensare, per cominciare a metterci del suo nella propria vita.

 

Il bambino nasce a tappe.

 

Prima tappa. Il bambino pensa (vede e sente) a se stesso perché diversamente non potrebbe essere. Il suo Io penso cartesiano ha se stesso come oggetto . E già in questa azione di pensiero il bambino comincia ad uscire da se stesso (vede le sue manine, i suoi piedini, ne mette in bocca gli alluci, si ferisce in testa con le sue unghiette, etc.), ha una sua prima esperienza di alterità proprio attraverso il suo corpo stesso, attraverso il pensiero del suo stesso corpo. Il pensiero è già “altro” dalla naturale percezione di sé. Non occorre andare alla fase dello specchio di Lacan.

 

 

Seconda tappa. Il bambino vive perché “pensa”, ma soprattutto vive perché “si pensa pensato” e ha eletto se stesso punto di partenza di tutte le esperienze future di pensiero. Il suo pensarsi (pensare-essere pensato) è un uscire e un rientrare in se stesso, un tornare continuo alla sua storia e alla sua esperienza anche se oscura, incerta, confusa, fatta di sensi, odori, suoni tatto, etc..

 

Terza tappa. Il secondo passo nella strutturazione del pensiero del bambino ha per oggetto il pensiero dell’altro reale (in primis (ovvio) padre e madre). Nello specifico il pensiero è una domanda molto intima: “Se e quanto l’altro mi ama”. E’ la madre di tutte le domande di tutti i bambini del mondo. E la risposta non può ancora stare nel verbum, nella nominazione, ma sta nel corpo, nell’essere toccati, palpati, annusati, lasciati succhiare e tutte le esperienze che il corpo del bambino ha con chi lo ha messo al mondo.

 

Quarta tappa. Cominciare ad andare fuori e magari ritornare subito dentro. Il bambino guarda fuori e riporta il suo guardare dentro (quello che ha visto, sentito, annusato, toccato…) a se stesso per capire, ovvero per cominciare a “confrontare” il dentro con il fuori, ovvero formulare il proprio pensiero. Nel senso: “se fuori è così…anche dentro di me può essere così”.

Nella verifica, nel confronto continuo tra mondo esterno e mondo interno egli affina la competenza di se stesso e impara a sentirsi.

 

Le esperienze di pensiero del bambino sono un continuo ciclo di perdersi e ritrovarsi, come il bambino del Fort-Da di Freud, che controllava il gioco del rocchetto per controllare la propria angoscia di separazione dalla madre.

 

 

Se Merleau-Ponty scrive: “Non dobbiamo chiederci se percepiamo veramente un mondo, dobbiamo invece dire: il mondo è ciò che noi percepiamo”11, allora l’adattarsi con il proprio pensiero al mondo non è per il bambino solo fondamentale, ma è vitale, e sappiamo che ci si adatta sempre ad una Norma, e una Legge: quella di cercare l’equilibrio per stare in vita con sé e con gli altri.

 

La normatività è data dal rapporto con l’altro, coniugata, nel pensiero nascente del bambino, nei due tempi del giudizio: a- la soddisfazione viene dall’altro b- l’altro è sessuato che vuol dire “può essere diverso da me”. E il pensiero del bambino introduce in se stesso il concetto di diversità.

 

Proprio come afferma Heidegger in Essere e Tempo, ogni ente è un ente “a-che”, significa che nella nostra strada esiste necessariamente la relazione (determinata dall’“a-che”).

Vado verso qualcosa o qualcuno, questo è l’“a-che”, senza necessariamente che la relazione comprenda in sé una finalizzazione, che verso l’altro ci deva andare per forza in quanto la norma afferma anche che sono libero dei miei atti. Primo tra tutti quello di dirigermi verso la mia salute o la mia malattia. Quello che Freud chiamerà Principio di piacere. Quello che per il bambino è la sua ricerca di stare bene in questo mondo, nel proprio mondo e nel mondo degli altri.

 

Quinta tappa. Il bambino ha sempre nella sua giovane vita una prima esperienza di essere amato. Ma il secondo atto di tale esperienza (quello più difficile ma vitale) è il pensarsi di essere stato pensato nella pratica dell’amore. Cioè il bambino comincia a pensare proprio a partire dall’amore che sente su di sé.

 

Questo secondo atto di pensiero gli consentirà la ripetizione della soddisfazione di essere stato amato, gli permetterà la domanda d’amore, gli permetterà di tornare alla esperienza gratificante da cui è partito. Il “ri” dell’amore, il ri-tornare, il ri-sperimentare sta dentro all’ esperienza del primo cogito di essere stato amato.

 

L’essere stato amato è un dato di esperienza per il bambino che tuttavia non può assurgere a “status legale” ipso facto, cioè a condizione giuridica acquisita una volta per tutte, altrimenti verrebbe esclusa la categoria del “merito” che è fondamentale nel percorso di salute al quale il bambino si sente chiamato . E sarà solo il pensiero di “amore meritato” e non quello di “amore garantito” che gli aprirà le strade del mondo.

 

 

Sesta tappa. Il bambino impara, nella messa in pratica del suo pensiero, (quello che Freud chiama “pensiero pratico”) che il mondo non è una entità con la quale egli ha un rapporto di “finizione”. Impara che non ha con il mondo “già” una relazione, bensì che il mondo è una realtà che deve essere lui che “de-finisce” nel momento in cui con esso prende contatto: ovvero nel momento in cui entra in relazione e comincia ad “avere una storia” con il mondo. L’Io non esiste prima che sia entrato in relazione con un Tu, e quando entra in relazione capisce da dove “è venuto fuori”.

 

In questo senso il bambino impara la precarietà del suo stesso Io ma nello stesso tempo sperimenta il suo potere. Impara il fatto che è dalla ri-costruzione della relazione con il mondo che dipende tutta la sua vita. E il tempo sarà proprio il progredire dentro di lui della capacità di “de-finizione” del rapporto all’interno di categorie per l’appunto spazio-temporali. Questo è il contratto del bambino con il mondo (prendere o lasciare, salute o malattia) del limite che il bambino apprende: mettere assieme il tempo nel suo passare attraverso il mondo.

 

“Gli uomini muoiono perché non sono capaci di congiungere l’inizio con la fine” recita un frammento di Alcmeone di Creonte. La morte non è quella biologica ma quella del pensiero che non riesce a praticare la continuità del tempo all’interno dello spazio di vita. “Da… a… “. Se c’è un inizio c’è anche una fine: questo è il pensiero di salute che il bambino può imparare dal “pensarsi”. Pensarsi finito e finibile (sempre da un altro, anche quando il massimo desiderio, come dice Freud in Al di là del Principio di piacere, è il “morire di morte propria”. Ma per il bambino (per fortuna) il pensiero di finibilità è ancora lontano a venire.

 


 

Settima tappa. Il bambino parte da una esperienza che sta a lui maturare in pensiero un pensiero, quello dell’amore della madre che non può essere un amore “garantito”. Questo pensiero glielo farà maturare il suo normale stato di dipendenza: d’altra parte se qualcuno non pensa a lui, lui muore. In ogni caso il bambino anche il pensiero dell’altro (della mamma) se lo deve meritare.

 

Un amore dovuto sì ma non scontato dunque.

 

La differenza tra “amore garantito” e “amore meritato” diviene legge universale nel momento in cui il bambino comincia a svolgere quella funzione di “distacco” che mi permette di diventare individuo. Questa funzione è per l’appunto la domanda.

 

A tal riguardo Francoise Dolto in Il desiderio femminile, ha modo di scrivere: “Se non fossimo stati separati spazio-temporalmente dalle persone con cui abbiamo provato il piacere di stare assieme, non sapremmo cos’è l’amore” 12. L’amore è portatore ed è portato dalla separazione, dal desiderio che si dirige verso l’altro nel senso della domanda e non della garanzia.

 

E Monique Selz sottolinea: “E’ chiaro che bisogna sapersi separare per amare, ma non c’è dubbio che bisogna anche essere sufficientemente in grado di perdere se stessi nell’altro – senza però che tale perdita sia totale – per amare e per vivere. Il pudore aiuta a trovare questo equilibrio, così delicato, così fragile, quasi inattingibile e mai sicuro, grazie alla sua funzione di mantenere presenti e separati i due amanti, ma anche grazie al suo ruolo di seduzione e di rinfocolamento del desiderio nella relazione intima”.13

 

Ottava tappa. E qui il tempo si rivela come la massima categoria della separazione perché esso stesso è sempre una domanda. E in secondo luogo in quanto è necessario che passi del tempo tra la nascita del desiderio nel nostro corpo e la sua soddisfazione. La patologia ha a che fare con il non saper “convivere” con il tempo, che è un tempo di attesa (avvento), tra eccitazione e soddisfazione. E domanda è sempre futuro e contemporaneamente sana separazione. La domanda nasce dalla mancanza e dunque “nasce” per davvero, fa nascere ad un mondo nuovo in cui l’altro non è garantito e il suo desiderio non è a mia disposizione. La domanda inizia.

Mi verrebbe, concludendo, di dire che il bambino nasce nel momento in cui comincia a formulare (oltre che il pensiero) la domanda verso l’altro.

 

 

Nella domanda non c’è garanzia. Non c’è amore “garantito”. Non c’è contenzione silenziosa e gratuita. Con la domanda viene introdotta la possibilità del “no”. Con la domanda viene introdotta la “reale differenza” tra Io e Tu. E la domanda è proprio poi “il bene” dell’altro: a chiedere si fa felice qualcuno. Con la domanda vengono introdotte tutte le differenze e le separazioni portatrici di salute, a partire da quella sessuale. Con la domanda viene introdotto il sesso, che appunto etimologicamente deriva dalla radice indoeuropea “sec”, che significa “dividere”, il “secare” latino. Scegliere. Scegliere una istanza vuol dire “lasciare” tutte le altre ad essa simili. Giusta rinuncia.

 

Nona tappa e tappe successive. Domanda significa atto di conoscenza per cui io ho il pensiero di avere sufficienti capacità di supportare la risposta “no”. Quello che al bambino nella coppia madre-bambino dell’”amore garantito” è pregiudicato. Se un amore che preclude la differenza sessuale e dunque esclude la domanda va a definirsi come “amore garantito”, un amore in cui la domanda sia la distinzione e anche il desiderio tra Io e Tu si può senza dubbio definire “amore meritato”.

 

La garanzia non entra nel novero delle connotazioni dell’amore, che per definizione è rapporto in cui il pensiero di perdita è un dato conosciuto e “possibile”. Conoscenza che il bambino ancora non possiede e che vorrebbe ritardare nel tempo il più a lungo possibile.

 

 

Se non ci fosse sesso non sarebbe possibile il mio essere Io e il vostro essere Voi. Tra di noi c’è sesso, differenza sessuale, nel senso che non c’è niente di “garantito”, scontato, proprio perché vige la differenza e la domanda verso l’altro (che rivela la nostra mancanza) è vitale. E dunque la testimonianza che non c’è nulla di garantito è proprio la domanda che ci è necessaria per chiamare l’altro, “vocare” il desiderio dell’altro e per esprimere il proprio, per esprimere il proprio amore finalmente maturo. Ognuno ha quello che si merita (in questo senso amore meritato) proprio in quanto è distinto dall’altro.

 

Ma come faccio a meritarmi l’amore? La risposta è lapidaria: domandando. Basta che ci guardiamo un po’ dentro per capire in quante occasioni noi non abbiamo ottenuto amore proprio perché non lo abbiamo domandato, essendo la domanda la inibizione a dimostrare la propria mancanza.

 

Tacere la domanda è tacere il desiderio di manifestare la mia mancanza. Tacere la domanda è non riconoscere la differenza sessuale e aspirare ancora alla retrocessione dell’amore garantito, in cui non c’è bisogno di domandare. E la domanda è sempre divisione tra Io e Tu, tra mancante e avente. E l’avente può anche rispondere di no.

 

E’ questa la divisione prolifica che mi permetterà poi di fare l’amore, in quanto la madre e il bambino non fanno l’amore non tanto perché non ne esista la possibilità anatomica ma perché non esiste il presupposto legale: ovvero la divisione del desiderio, la capacità della domanda in quanto comprendente la possibilità del “no”.

 

GUIDO SAVIO

 

 

 

 

 

 

 

 

11 M. MERLEAU-PONTY, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano 2003, p. 25.

12 F. DOLTO, Il desiderio femminile, Mondadori, Milano 1994, p. 17.

13 M. SELZ, Il pudore, cit., p. 96

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