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GUIDO SAVIO: POCA NOIA E TANTA PASSIONE

POCA NOIA E TANTA PASSIONE

Vorrei intendere la noia come “malinconia”, “scarsa volontà”, “stanchezza del vivere”, “ritiro in se stessi” e tutte le altre espressioni di questo genere che tutti ben conosciamo. Gregorio e Tommaso avallarono la omologazione tra i vizi di “acedia e tristizia”, nel senso che a non fare niente ci si annoia, a non fare niente ci si avvilisce, ci si deprime.

“L’accidioso – scrivono Maggini e Dalle Luche in Discorso sulla Solitudine– , bloccato su una richiesta del tipo ‘tutto o niente’, subito e sempre, non trova interesse per il ‘normalmente interessante’ ”, ovvero fa fatica ad accettare per “buono” quello che la vita degli altri a noi offre.

L’ennui (cioè la noia) allora diviene una “malattia morale” (Mauzi, 1960), una “malattia della sazietà”, “figlia del benessere” (Jankélévitch, 1960) o una “malattia della sazietà” (Sirois, 1974). La quale malattia porta inevitabilmente alla fatica: fatica per l’annoiato ma soprattutto fatica per chi l’annoiato deve sopportare, perchè avviene una vera e propria “privazione del piacere”, come emergeva già nell’articolo “Ennui” nell’”Encyclopedie” (1975) “…causata da non si sa cosa dei nostri organi o negli oggetti esterni che invece di occupare la nostra anima, produce un malessere e un disgusto a cui non ci si può abituare”. Insomma come già stigmatizzava Esquirol la “impossibilità di desiderare”, e noi sappiamo benissimo che quello che noi facciamo senza piacere costa assai fatica.

Vorrei intendere per passione invece non tanto la accezione storico-filosofica del “pathos”, quanto la modernità di questa parola, ovvero “il desiderio”, “la volontà vitale verso un percorso”, “l’investire per qualcosa o qualcuno”, “l’investire e il provare piacere verso un senso” che noi e solo noi possiamo dare alla nostra vita, e tutte le altre espressioni di questo genere che noi tutti ben conosciamo. Specie la passione nella sua accezione forte, in quella di forza totalizzante di totalizzante. “La passione ha infatti qualcosa di assorbente, di monocentrico, che talvolta sfocia nella ossessione. (…) La passione ci invade o pervade con una imperiosità assente in tutti gli altri sentimenti” (S. Moravia, in Vegetti Finzi, “Storia delle passioni” ).

La passione che in queste poche righe prendo in considerazione è quella della forza catalizzatrice, nel senso buono del termine, che “prende” gran parte delle nostre forze. “L’individuo affetto da passione scopre dentro di sé una determinazione, una tenacia che gli erano ignote (‘la fedeltà alla propria passione), ma scopre inoltre, una debolezza, una fragilità che non si sarebbe mai sognato di avere. Cortocircuito di contrari, la passione è un insieme di attività e di passività, nella passione ‘ci si lascia andare’, ci si consegna a qualche cosa che si sente assolutamente sovrastante e irresistibile: Ma nella passione, anche, si risponde positivamente a una Chiamata: vi risponde con una mobilitazione generale delle nostre energie” ( S. Moravia, idem.).

Detto questo, la passione sarà la “potenza” e il “potere” come ricchezza, valori irrinunciabili (di cui dovremmo essere portatori) , sarà il pensiero di essere protagonisti (ma fino ad un certo punto) della nostra fortuna.

Passione sarà il bello e buon pensiero che noi sappiamo esercitare nelle nostre decisioni e nelle nostre rinunce.

 

“La passione ha in effetti qualcosa di assorbente, di monocentrico (…) Ha un carattere tendenzialmente totalizzante: la passione ci invade e pervade con una imperiosità assente in tutti gli altri sentimenti (Moravia, idem.)”.

La passione è tale in quanto “chiede il tutto”, chiede tutta la nostra dedizione, se vogliamo…ci lasciamo andare in una forma di “sottomissione” che però è sostanzialmente diversa da quella paralizzante della noia. Anche se una certa forma di passività è dentro la nostra natura e ne costituisce anche una componente sana. “La nostra condotta sarà allora plausibile se assumiamo la vita come dono. Solo se ci sentiamo in qualche modo obbligati, eviteremo di essere presuntuosi, o ancora peggio prevaricatori” (S. Natoli, Dizionario delle virtù).

Noia invece sarà la rinuncia e la sottomissione malata a “chi” chiede di non essere quello che siamo. Specie se questo è un “chi” interno. Ma anche sapere chi effettivamente noi siamo non è facile.

Voglio dire che le parole “noia” e “passione” non possono essere trattate come termini antagonistici. Molto semplicemente perché nella nostra vita esse convivono. Meglio: fanno della nostra vita una vita vivibile e non impossibile.

 

Salute è saperle accettare nella loro differenza e, a volte, nella loro contraddittorietà:
ma noi le portiamo entrambe, e se l’una o l’altra non ci fossero noi non saremmo noi stessi. Anche se, come detto prima, il sapere “chi” si è, è l’enigma che ci accompagna dal primo nostro fiato alla esalazione dell’ultimo. Salute è saperle accettare all’interno di una pratica che ne costituisce poi la caratteristica virtuosa. “Una virtù è una qualità umana acquisita il cui possesso ed esercizio tende a consentirci di raggiungere quei valori che sono interni alle pratiche, e la cui mancanza ci impedisce effettivamente di raggiungere qualsiasi valore del genere”. (A. MacIntyre, Oltre la virtù).

Allora “passione” non è l’opposto di “noia” (nel senso o c’è l’uno o c’è l’altro) ma ne è un composto proprio perché fa parte della stessa pratica, che altro non è che pratica di vita. Ovvero la passione trae vita dalla esperienza di noia: noi diventiamo attivi solo se spinti da una nostra inattività interna. E possiamo anche ritornare ad essere inattivi per “riposare le nostre forze” per poi tornare ad essere appassionati, volonterosi, curiosi, affascinati.

Il tempo della noia non necessariamente è un tempo morto o infruttuoso, della domenica persa o del vuoto della semplice serata, tanto meno un tempo assolutamente “patologico”.

E’ prolifico, se noi invece ci sappiamo “fare” e soprattutto se non lo trasformiamo della melanconia (del ripiegamento su se stessi), ma nel tempo della vacanza o della attesa del desiderio o della volontà. Della festa, insomma.

La attesa non deve essere tuttavia la compiacenza della nostra mancanza (melanconia) ma la sua accettazione nella prospettiva del lavoro. E dunque anche della festa.

Essendo che la soddisfazione è la condizione della salute, noi la cerchiamo ovunque: o per vie diritte o per vie perverse. Essa è meta e condizione di ricerca nelle modalità che più sono consone alla nostra natura. Anche se sulla conoscenza della nostra natura il moltiplicarsi delle domande è naturale. “Conoscersi vuol dire amarsi nella propria irripetibile originalità: ‘Chi conosce ama e coltiva se stesso sopra ogni altra cosa (Montaigne, “Saggi”, II, XII) .

 

Ma questa soddisfazione ha un proprio ambiente, un proprio habitat, essa detta, insomma le proprie condizioni di vita: saper essere soli e vivere la propria solitudine come una ricchezza è la strada dell’amore di sé. (sano).

Saper dare all’altro offerta della nostra solitudine perché egli ne faccia parte e la “risolva”, può divenire la nostra realizzazione.

 

E poi c’è che vivere è amare, e stare e toccare l’altro è una forma diversa (ma non privilegiata) della soddisfazione stessa. Dunque salute.

La soluzione ha sempre a che fare con un ostacolo: “La ragione romanzesca si alimenta dei suoi propri ostacoli e dei suoi fantasmi(A. Prete, La passione d’amore e la scrittura romantica, in Vegetti Finzi, idem, p. 201).

La soddisfazione ha inevitabilmente a che fare con “l’essere se stessi”, che non è un pensiero o una teoria, ma l’esperienza che ognuno di noi vive al momento e nel momento sa racchiudere (il presente staccato ma non dimentico del passato e del futuro).-

L’essere se stessi come condizione della soddisfazione è la offerta all’altro non di quello che io sono ma di quello che io “faccio”. “ Nella società eroica un uomo è ciò che fa. Hermann Frankel scrisse dell’uomo omerico che ‘un uomo si identifica con le sue azioni, e si lascia risolvere completamente e adeguatamente in esse; non possiede profondità nascoste… Nel resoconto empirico di ciò che gli uomini fanno e dicono, si esprime tutto ciò che gli uomini sono, poiché essi non sono altro che ciò che fanno, dicono e subiscono (Frankel, 1969). Giudicare un uomo significa dunque giudicare le sue azioni” ( MacIntyre, op. cit., ).

 

Anche se io mi chiedo sempre che cosa significhi “essere se stessi”.

Allora la passione è il saper gestire un “tempo mobile”, fluttuante, incerto, caduco, in cui c’è posto anche per la sofferenza (reale e non solo pensata).

 

La sofferenza poi, se io la sento come momento transitorio e possibile apertura alla soddisfazione, meno mi duole e meno mi ferisce se io la “integro” in quell’ “essere me stesso” di cui si faceva menzione. Nella mia vita c’è posto anche per il dolore, purché io non ne faccia una teoria o uno stile di vita.

La sana teoria di vita che ci porta alla salvezza è la ricerca del senso (della nostra vita) :” Il senso è sempre presupposto non appena io comincio a parlare; non potrei cominciare senza questo presupposto. In altri termini, non dico mai il senso di ciò che dico ( G. Deleuze, Logica del senso”).

E il senso non è implicito nelle nostre azioni ma è un “in più” che noi dobbiamo aggiungere al nostro fare perché esso sia conoscibile: il senso è tale solo se è conoscibile dall’altro.

La sofferenza (che non è la passione di cui mi occupo in questo lavoro) è sempre figlia di un “cattivo giudizio” che noi esprimiamo verso la realtà e verso gli altri. Noi soffriamo perché siamo ingenui e non capiamo l’altro nel suo “potenziale” benefico o malefico nei nostri confronti. Il peccato “imperdonabile” è quello di ingenuità (del giudizio).

Sapere giudicare l’altro nella sua realtà e nella realtà che produce nella relazione con noi, è indice di salute: la colpa che dovremmo riconoscere, in caso contrario, e di cui dovremmo scontare la pena è la ingenuità, parola che nel mio lavoro ricorrerà spesso.

Il vero patire è quello di chi non sa usare il giudizio e dunque è “indifeso” di fronte agli attacchi dell’altro ma anche ai propri. Attacchi che poi si vedrà, non hanno mai a che fare con atti reali ma con pensieri: infatti ci si ammala, si diventa patologici, solo sotto la spinta del pensiero (nostro).

Il giudizio che noi sappiamo esprimere altro non è che la dichiarazione della nostra identità e della patria in cui risediamo (ubi sum, ibi patria): se io non so discernere non sono libero ma soprattutto sono “sprovvisto” di una mia regola in mezzo al mondo. Senza giudizio divento uno sbandato, di cui gli altri (e anche me stesso) possono fare quello che vogliono: ma questa non è salute.

 

Per esprimere un giudizio, su se stessi, sull’altro, sul mondo, è necessario essere in possesso di un po’ di passione (ovvero capire che il mio giudizio è mio e non necessariamente gradito da tutti). Passione che mi porta anche a “saper perdere” a causa del giudizio che ho espresso, ma che è l’unica strada che mi porta alla soddisfazione, ovvero alla meta del mio moto, alla istanza alla quale nessun essere umano sano può rinunciare, per continuare a definirsi sano.

 

Noi siamo figli della soddisfazione nel senso che da qualche parte la dobbiamo trovare per forza, e se la cerchiamo, per nostra effettiva ingenuità o cattiva volontà, nei luoghi che non la compongono nella sua normalità (parlo di patologia), allora la passione diviene dolore, diviene sofferenza che non porta da nessuna parte, è un patire perché il giudizio non sa reggere la passione.

Il giudizio malato è quello che non verte tutte le sue forze verso il piacere. Per adire al piacere è necessaria la speranza: ovvero “vivo” su quello che non vedo.

“La speranza è dunque, e in primo luogo, voglia. Essa scaturisce dal ‘piacere di esistere’ proprio a ogni ente per il fatto stesso che esiste. Da questo punto di vista la speranza è una modificazione della felicità (S.Natoli, Dizionario delle virtù) , come Leopardi nei suoi Pensieri: “ La speranza è una passione, un modo di essere, così inerente e inseparabile del sentimento della vita propriamente detta, come il pensiero, e l’amore per se stesso, è vil desiderio del proprio bene (..) la Speranza scaturisce dunque dalla voglia di esistere “.

La passione che ci anima non è sorretta da nessuna garanzia ma è una “sana fatica” che io giustamente abbraccio (se vogliamo “alla quale io giustamente mi sottometto”) se voglio davvero la soddisfazione.

Se io nutro passione per un altro, non necessariamente io sono garantito nel ricambio. Non esiste amore garantito, esiste solo amore meritato.

L’amore per se stessi, che nella clinica si definisce “narcisismo”, possiamo intenderlo invece l’atto più “incosciente” che noi possiamo esprimere nei confronti della passione. “Incosciente” perché l’amore per se stessi viene prima della coscienza, e dunque è valore di salute.

C’è chi si ama “ingenuamente”, l’ingenuità di questa scelta lo porta ben presto al disfacimento della propria capacità di provare soddisfazione, perché è saltato il suo giudizio: ovvero non sa capire che “dal” mondo e “nel” mondo egli vive e trae respiro per continuare a farlo, non certo dai meandri di se stesso: qui sta l’ingenuità.

L’amore esclusivo per se stessi è allora la vera “passio” storico-filosofica: l’attaccamento morboso e indecente.

 

L’amore per se stessi (quello misurato), sappiamo, è garanzia di salute: “… non è l’amore di sé ad essere intrinsecamente cattivo, ma è la qualità di chi lo pratica a renderlo buono o cattivo (R. Bodei, Geometria delle Passioni). Ed è cattivo chi ha un cattivo giudizio su di sé. E chi ha un cattivo giudizio su di sé automaticamente diventa invidioso.

E se io divento invidioso, automaticamente divento melanconico: ovvero non trovo niente in me stesso che abbia a che fare con il mio vantaggio ma nemmeno con la propria inedia (vedi Petrarca). L’indecenza è data dal fatto che chi ama solo se stesso non ha tempo né voglia per amare gli altri, nessun altro, anche chi dovrebbe. Indecente, all’etimo, è chi si autorizza ad essere per se stesso di più di quello che gli è lecito essere (per gli altri).

 

La noia poi non è tanto “calma” come si pensa, anzi essa è odiosa ma soprattutto “odiante”: io mi annoio perché qualcuno vale più di me e questo per me è un insulto. Allora rispondo a tono. Cioè pratico la sofferenza della agitazione, che qualcuno chiama ansia.

Allora chi ama l’altro è affetto da una passione sana, chi ama “ingiustamente” o “sopradimensione” se stesso è affetto da una passione malata.

Ma anche questa “passione malata” non è cieca e non è del tutto ingenua, o muta: l’annoiato non è un dissociato, manda invece segnali, inviti, parole, voci del desiderio verso chi vede possa essere la soluzione della propria solitudine. Non è ancora un disperato, non è ancora fuori dal mondo, non è solo, non è un rifiuto del mondo (secondo il suo pensiero patologico).

 

Infatti solitudine è sì parola sorella della noia , ma in ogni caso cerca prima di tutto una soluzione. Chi è solo cerca; chi è annoiato non ha più voglia di cercare.

E solo qui la passione può entrare: come lavoro ri-soluzione di un ansia o di una angoscia non da solitudine ma da noia. Noi tutti cerchiamo il prima possibile di uscire dal dolore, e la noia è innanzitutto dolore. Per uscire da questo dolore io devo prima di tutto lasciarmi “travolgere” (perché si tratta di un ‘travolgimento’ di una teoria patologica) dalla comparsa nella mia vita dell’altro, o di “altro”: devo in pratica smettere di concentrarmi su me stesso e guardare fuori, avere il coraggio di, dopo aver guardato, andare fuori perché è la dove si vive e si consuma la vita. Coraggio è il riconoscimento della progressiva consumazione della esistenza. E la parola coraggio non è parola né sconosciuta né poco praticata. Molti uomini e donne, spesso sconosciuti, hanno impostato la loro vita su questa pratica. “Dal cielo cade la pioggia, ma non cade anche l’azzurro” (U. Galimberti, L’ospite inquietante).

 

Mi sembra questo il manifesto della pratica di vita coraggiosa: ancora una volta il giudizio e il pensiero che vertono sulla lettura “favorevole” della realtà. “Non è perché oggi piove che è una cattiva giornata”. Coraggio è la capacità del pensiero di “schierarsi” indipendentemente dal dato reale oggettivo, per andare a pescare nel profondo del nostro essere. Che è un pensiero, un pensiero di vita e di merito al piacere che la vita ci può riservare. Tutti possiamo essere portatori di coraggio, ad un solo patto, che il nostro pensiero si stacchi dalla base apparentemente solida del fissarlo su noi stessi per lasciarlo andare in giro per il mondo, anche a caso, su strade non conosciute e non necessariamente battute. Il coraggioso sa anche essere soggetto solitario.

 

E soprattutto sa avere volontà su se stesso, ma ancora una volta lontano dall’essere il centro della propria attenzione. Perentoria su questo tema è la frase di Agostino che tende a “distrarre” il soggetto dall’eccesso della attenzione per se stesso. “Giù le mani da te stesso. Cerca di costruire te stesso e costruirai un rudere”. (R. Bodei, Ordo amoris). Ovvero “abbandonati all’altro nella costruzione di te stesso”, “non avere la pretesa di sapere tutto o potere tutto su te stesso”. Altri hanno e sanno.

 

 

GUIDO SAVIO

 

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