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NOTA SUL SILENZIO

NOTA SUL SILENZIO

“Dopo avere camminato a lungo per le vie, in mezzo alla gente, alle cose e ai segnali, ho voglia di isolarmi dal rumore; cerco un luogo tranquillo per riposare, rilassarmi, pensare; per non pensare a niente, svuotarmi i sensi e la testa; per concentrarmi, smettere di sentire, cominciare ad ascoltare. Su una panchina, in un giorno d’agosto, in un paese che non è il mio, accanto al ponte vecchio di una bella cittadina rinnovata, davanti, sul fiume, c’è uno scorrimento silenzioso, solo ogni tanto una lunga chiatta scivola… Questa condizione di silenzio e di solitudine mi permette di ritrovare una percezione di me e del mondo che mi sta attorno, precisamente un ascolto. Il silenzio che mi sono procurato, isolandomi dai rumori normali, mi permette di ascoltare. Ma è piuttosto un pensare, un ascolto pensante. Come se prima fosse stato l’esterno a riempire la mia esperienza, e invece adesso esterno e interno agissero in me corrispondendosi. E forse è proprio questo gioco, grazie al quale esterno e interno passano l’uno nell’altro senza appiattirsi o riassorbirsi l’uno nell’altro, che mi fa sentire e pensare assieme. Mi aocrgo che in questo rilassarmi ho lasciato essere una dimensione di apertura della mia esperienza che di solito è messa a tacere”. (Pier Aldo Rovatti, L’esercizio del silenzio)

“Lo spazio dello spirito, là dove esso può aprire le sue ali, è il silenzio” (Antoine de Saint-Exupéry, La Cittadelle).

Esiste un silenzio che è forma sana della relazione perchè “non sono necessarie parole in quanto io so che tu , sai” e dunque ci capiamo in ogni caso al di fuori della parola. Ed esiste una forma patologica del silenzio che io riassumerei nella semplicissima frase “non abbiamo nulla da dirci”. Forse esiste una terza forma di silenzio, quella che chiama al lavoro del “abbiamo ancora tutto da dirci”.

Esiste infatti, come ha modo di dire Louis Lavelle nel suo La parola e la scrittura, “un silenzio che contiene tutte le parole e un altro che non ne contiene nessuna”, il silenzio della stima per l’altro o il silenzio che condanna l’altro. Il silenzio insomma ha vari gradi, “incomincia col vero e proprio non parlare e procede sempre più in profondità – come ha modo di osservare Romano Guardini in Volontà e Verità -. Noi infatti possiamo imbavagliarci la bocca ed essere ancora rumorosi all’interno; possiamo rinunciare alla parola udibile dall’altro, ma intrattenersi per sempre nell’intimo con noi stessi; possiamo fare tacere i pensieri ed avere il cuore pieno di frastuono”.

La relazione, specie la relazione d’amore, sta sempre in bilico tra silenzio e parole. E chi ama sta sempre bene attento alle parole dell’altro, specie a quelle che portano un contenuto, come sta bene attento ai silenzi dell’altro che sono grande comunicazione.

F. Dolto in Lorsque l’enfant parait annota che “fin dalla nascita, il piccolo dell’uomo è un essere di linguaggio” e questo linguaggio poi va a coincidere con la sua stessa identità, come afferma Fernand Deligny in I bambini e il silenzio: “Ci sono individui per i quali l’impersonale non esiste. Il linguaggio li porta alla identità, al fatto che una persona può essere riconosciuta tale come tale, senza nessuna confusione, grazie agli elementi che la individualizzano”. Primo tra questi elementi è il linguaggio, che è fatto di parole e di silenzio.

La parola è che io sono soggetto per te; il silenzio è che io sono altro per te, nella logica della domanda e della risposta, del rispetto dei posti, della logica della parte che io faccio con te e che tu vuoi che io faccia per te.

Il silenzio, come parte integrante del dire, necessita di un esercizio, come afferma Pier Aldo Rovatti nel suo testo già citato. L’esercizio del silenzio come “uscire dalla gabbia del nostro incancellabile Io immaginario. (…) Il silenzio indica invece lo scarto che separa l’udire dall’ascoltare”. Io non posso “udire” le parole dell’altro nella mia relazione d’amore con lui/lei, ma le ascolto, ovvero compio atto di volontà per essere con l’altro. Il silenzio dell’altro mi fa pensare (all’altro). Il mio silenzio fa pensare l’altro, gli consente di mettere pensieri nella nostra relazione.

Il binomio pensiero/silenzio è un binomio che si acquisisce nel tempo e porta alla conoscenza nella relazione: se si sa apprendere il silenzio dell’altro, lo si conosce molto di più che non attraverso l’ascolto delle sue parole. Spesso ci chiediamo nella relazione quale sia il “rapporto” tra parola e silenzio: il silenzio dilata lo spazio e il tempo della nostra vita, la porta fuori dalla strettoia nella quale spesso la parola la costringe.

Molte grandi intuizioni che noi abbiamo sono frutto del silenzio, e spesso noi trasmettiamo grandi sentimenti attraverso il silenzio. Noi non dobbiamo temere di spogliarci di tutte le nostre formule e delle nostre teorie, della nostre “parole d’ordine”, come scriveva Ignazio Silone.

Immaginiamo per un istante che noi perdessimo la nostra possibilità di silenzio; la nostra vita sarebbe inimmaginabile in quanto andrebbe perduta la possibilità di pensiero.

Il silenzio è introduttivo al pensiero come poi sarà introduttivo alla parola, senza tuttavia che esista maggiore pregnanza significativa o nel silenzio o nella parola, come afferma Max Pichard: “Oggi non c’è più alcuna differenza tra silenzio e parola, il silenzio non è più un fenomeno a sé, ma è solo la parola non ancora pronunciata. Forse da quando il linguaggio è diventato un mezzo in cui siamo immersi totalmente, non c’è più bisogno di dire realmente qualcosa all’altro. Il dire qualcosa passa più dentro il tempo del silenzio che non dentro al pieno della parola”.

E’ il corpo infatti che noi trascuriamo, e la sua capacità di parlare senza l’uso della parola. Parla il nostro corpo. Potrei anche dire che… parla per noi attraverso le sue vie di comunicazione che (oltre la parola) sono le “aperture” verso il mondo esterno (e dunque verso l’altro) di cui esso naturalmente è dotato. L’amore non sta nel dirsi “ti amo” ma nel “fare l’amore”, cioè praticare la apertura,in qualunque modo la si voglia intendere, ma sempre nella accezione del “fare”. Qui la passione può anche diventare un sentimento muto (e dunque quanto mai eloquente).

Silenzio è quando noi, dopo avere parlato con la bocca, torniamo al corpo, alla elementarità del nostro corpo. Silenzio è quando noi ritorniamo in noi stessi, sappiamo restare nel “nostro riserbo” e abbiamo riserbo per il nostro corpo. Tacere non è essere muto ma interessarsi alle capacità che il nostro corpo può avere di parlare. In ogni caso il silenzio sano indica un alto grado di profondità, se non si tratta del silenzio ispirato dalla paura, perché noi dobbiamo riconoscere in noi anche questa forma.

La paura di parlare è la stessa paura della esposizione del proprio corpo all’altro perchè ne faccia una meta di soddisfazione reciproca. Chi non parla per paura non ama avere soddisfazione con l’altro e soprattutto attraverso l’altro, cioè non obbedisce alla regola che afferma che il beneficio viene sempre dalla relazione con l’altro, ed è l’altro che tale soddisfazione consente.

Paura che arriva anche a camuffare un vero e proprio odio per l’altro; quanta aggressività si può celare nel nostro silenzio indifferente? Come annotava Elias Canetti in La provincia dell’uomo: “Alcuni raggiungono la massima cattiveria nel silenzio”.

A volte il silenzio lo si trova come caratteristica della solitudine, e allora diviene angoscioso e portatore di dolore, e spesso non esistono parole valide per penetrarlo.

E’ pensiero diffuso nella filosofia e anche nella teologia che il silenzio, in qualche modo, si leghi alla verità. Infatti il silenzio si riconduce alla parte più intima di noi stessi. “le grandi verità – scrive Paul Claudel in La soulier de satin – si comunicano soltanto attraverso il silenzio”. Ma perché proprio il silenzio? Perché il mio essere con l’altro, l’offrirgli la mia “verità” è un atto di fede che l’altro può cogliere oltre le mie parole ma negli “atti” del mio corpo.

“Quando l’intelligenza, avendo fatto silenzio per lasciare che l’amore invada l’anima, comincia di nuovo a esercitarsi, si trova a contenere più luce di prima, più attitudine a cogliere gli oggetti, le verità che le sono proprie. Di più credo che i suoi silenzi costituiscano per essa una educazione che non può avere nessun altro equivalente e le permettano di cogliere verità che altrimenti le resterebbero sempre nascoste. Ci sono verità che sono alla nostra portata, da essa percepibili, ma che essa può percepire solo dopo essere passata in silenzio attraverso l’inintelligibile” ha modo di scrivere Simone Weil in Lettera a un religioso.

E anche la intelligenza si lega al silenzio; specie quando io ascolto senza essere preso dalla smania di parlare, e annoto dentro di me ciò che accade nel mondo e che gli altri fanno accadere. Solo allora “capisco” e mi capisco.

L’intelligenza dello stare al mondo è spesso la voce di una condizione interiore, e il silenzio è una condizione di uno stato interiore: ma questo silenzio non basta volerlo, occorre esercitarlo, come afferma Romano Guardini in Volontà e verità.

La comunicazione con l’altro è possibile se noi gli consentiamo di entrare nel nostro silenzio interno, dove sembra che egli prosegua lo stesso dialogo che noi abbiamo con noi stessi. Il nostro silenzio interno è un rivelatore che dentro di noi le cose occupano il loro posto, forse che noi stessi “siamo apposto” e dunque non necessitiamo di parola. Quando le cose dentro di noi stanno al loro posto possiamo passare alla azione e di essa non abbiamo timore (nel senso dell’errore).

Anche il binomio silenzio/azione è un vecchio binomio di flosofia e teologia. Non nel semplicistico “fatti e non parole”, ma nel senso che il silenzio e la azione raccolgono lo spirito e lo rinvigoriscono. Noi potremmo dire che il silenzio e l’azione inducono al “fare relazione” perché l’io stesso è stato prima rinvigorito; non ha più bisogno di ascoltare parole ma di agire per davvero nella cura di sé e dell’altro.

Il raccoglimento è legato all’atto mediante il quale l’ Io fa silenzio in se stesso, che non si tratta di una assenza, ma di una preparazione alla azione stessa.

Se io amo l’altro posso arrivare a parlargli attraverso le mie azioni e tacere le parole con le quali potrei accompagnare le mie stesse azioni. Non dunque. “Ho fatto questo per te” ma lo faccio e basta, essendo sicuro del tuo capire non “nonostante” ma “soprattutto” in assenza delle mie parole, senza il timore di essere frainteso a motivo del mio stesso silenzio.

Da evidenziare tuttavia che non è sempre semplice il passaggio dell’amore attraverso la semplice azione, proprio perché noi abbiamo anche naturalmente “bisogno” di parole, vogliamo che l’altro metta fuga ad ogni nostro dubbio interpretativo, e questo di solito avviene quando c’è la ”sanzione” delle parole, come se la parola ci calmasse sulla nostra lettura dell’essere dell’altro nei nostri confronti. E’ una domanda tanto umana quanto giusta.

E d’altra parte non dobbiamo nemmeno intendere che la azione “sconfessi” la parola e viceversa. Anzi. La parola stessa può essere azione nel momento in cui interviene nell’altro e ne determina un cambiamento. La parola che cambia l’altro è un atto. La terapia analitica stessa ne è un esempio. La parola porta un contenuto nuovo nella realtà dell’altro, e appunto, in quanto tale, diviene una azione.

Una ultima riflessione. Il silenzio spesso è pudore. E’ il nostro giudizio di rispetto nei confronti dell’altro che ne preserva l’intimità e l’integrità. Il silenzio allora ha una tonalità etica che permette ad ognuno di vivere al proprio posto, senza rischio di forzatura da parte dell’altro, e ritengo che non esistano “parole” meglio spese che quelle taciute all’insegna della delicatezza alla quale il pudore richiama.

Guido Savio

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